Record per l’export agroalimentare italiano: superati i 70 miliardi. Quale sarà ora l’impatto dei dazi USA?

Mentre Ferrero, il più grande gruppo manifatturiero non automobilistico d’Italia, compra l’americana Kellogg, l’export agro-alimentare italiano negli ultimi dodici mesi da giugno 2024 a maggio 2025 supera per la prima volta i 70 miliardi di euro. L’agro-alimentare è un settore chiave dell’economia italiana: 1,4 milioni di occupati, oltre 250 miliardi di valore della produzione e oltre 80 miliardi di valore aggiunto. Ma quale sarà ora l’impatto dei dazi USA?

Negli ultimi dodici mesi “scorrevoli” da giugno 2024 a maggio 2025 l’export agro-alimentare italiano ha superato per la prima volta i 70 miliardi di euro annui, toccando per la precisione i 70,7 miliardi. A fine 2015 le esportazioni non arrivavano a 37 miliardi: dunque, siamo di fronte a un caso di quasi raddoppio in dieci anni, un grande successo del Made in Italy (si veda la figura 1).

Nel 2024 l’export dell’agricoltura era stato pari a 9,3 miliardi di euro, quello dell’industria alimentare, delle bevande e del tabacco di 59,8 miliardi, per un totale di 69,1 miliardi. Ma la crescita nella prima parte di quest’anno è stata ragguardevole e ora anche “quota 70” è stata sfondata. Infatti, nei soli primi cinque mesi del 2025 le esportazioni di prodotti agro-alimentari sono aumentate del 5,6%. Se si proiettasse questo incremento su base annua, nel 2025 l’export potrebbe addirittura raggiungere i 73 miliardi. Ma c’è un terzo incomodo: i dazi americani al 15% sui prodotti europei su cui Stati Uniti e Unione Europea hanno raggiunto un accordo il 27 luglio scorso in Scozia.

Export e acquisizioni: un settore in forte espansione

Non c’è solo l’export, però. Infatti, l’agroalimentare tricolore cresce anche per acquisizioni. Nelle ultime settimane Ferrero ha comprato W.K. Kellogg, mentre il gruppo Newlat, facente capo all’imprenditore salernitano Mastrolia, che già aveva acquisito ultimamente Plasmon e lo storico stabilimento ex Cinzano in provincia di Cuneo, ha rilevato anche Carrefour Italia, realizzando una inedita integrazione tra industria alimentare e grande distribuzione, con l’obiettivo di rilanciare anche il marchio GS.

In particolare, l’acquisizione del gigante americano W.K. Kellogg, marchio storico nei cereali per colazione, da parte della Ferrero è un ulteriore straordinario segnale di vitalità del settore agro-alimentare italiano, di cui Il gruppo Ferrero è la punta di diamante. Con l’acquisizione di Kellogg l’azienda di Alba punta a superare largamente i 20 miliardi di euro di fatturato e a consolidare la sua posizione di prima multinazionale manifatturiera italiana non automobilistica. “Questa è più di una semplice acquisizione: rappresenta l'unione di due aziende, ognuna con un’eredità orgogliosa e generazioni di consumatori fedeli”, ha dichiarato in una nota Giovanni Ferrero, Presidente esecutivo del Gruppo, che ha sottolineato come l’operazione sia "una pietra miliare" nel percorso della società in Nord America, che infonde "fiducia nelle opportunità" future. La Ferrero in Nord America conta attualmente più di 14.000 dipendenti in 22 stabilimenti e 11 uffici. A livello mondiale conta più di 47 mila dipendenti: una formidabile realtà dell’imprenditoria famigliare italiana, con una storia industriale di continui successi e marchi iconici, a cominciare dalla Nutella. 

L’inarrestabile e brillante caso successo della Ferrero, una impresa che si potrebbe definire in sintesi con tre parole che riassumono i meriti della sua famiglia fondatrice e dei suoi manager - genialità, serietà e solidità - è la “ciliegiona” sulla torta di un settore agro-alimentare italiano in continuo sviluppo. Agricoltura e industria alimentare e delle bevande, messe insieme, costituiscono la più importante fetta del sistema produttivo non di servizi italiano, escluse le costruzioni, con una occupazione nel 2024 di 1 milione e 431 mila persone, un valore aggiunto nello stesso anno di 81,4 miliardi di euro e un valore della produzione (il dato Istat in questo caso è del 2022) di 257 miliardi. Queste le cifre fornite dalla contabilità nazionale.

A questi numeri si affiancano quelli del commercio con l’estero agroalimentare, che è stato protagonista nell’ultimo decennio di un cambiamento epocale. Infatti, data la forte dipendenza cronica dell’Italia dall’estero per i cereali e la soia, nonché per gli animali vivi, il pescato e prodotti alimentari a debole trasformazione come le carni fresche e il latte, la bilancia agro-alimentare italiana è stata per decenni in rosso. Nel 2014 tale bilancia era ancora negativa per 7,6 miliardi di euro. La situazione oggi è invece completamente ribaltata. Nel 2023 si è avuto per la prima volta un piccolo surplus di circa 750 milioni, diventato di 1 miliardo nel 2024. Un capovolgimento derivante dai formidabili successi della nostra industria degli alimentari, bevande e tabacco, che solo dieci anni fa, nel 2014, presentava ancora un deficit di 562 milioni di euro ed ora, a fine 2024, può invece sfoggiare un surplus enorme di ben 14,2 miliardi.

Come è stato possibile un simile successo a tutto tondo? Non solo per l’export che realizzano dall’Italia grandi gruppi (diversi dei quali hanno anche produzioni in tutto il mondo per servire direttamente i mercati locali) come Ferrero, Barilla, Lavazza, Rana, ecc. ma per una crescita armonica dell’intero settore agro-alimentare in tutti i suoi comparti. Si prendano i formaggi ad esempio. Nel 2024 l’Italia è stato il secondo esportatore mondiale di formaggi, con 5,8 miliardi di dollari, dopo la Germania, con 6,7 miliardi, dopo aver superato Francia e Paesi Bassi. Ciò grazie alla nostra leadership nei formaggi duri, nel gorgonzola e nelle mozzarelle. L’Italia è poi naturalmente il primo esportatore mondiale di pasta, con 4,7 miliardi di dollari, di derivati del pomodoro, con 3,2 miliardi di dollari, e di prosciutti, con 1,3 miliardi di dollari. Senza dimenticare che siamo il secondo esportatore mondiale di vini (fermi e spumanti), con 8,8 miliardi di dollari, dopo la Francia, con 12,7 miliardi, il primo esportatore mondiale di vermouth e aceti, con, rispettivamente, 291 e 394 milioni di dollari, il primo esportatore mondiale di mele, con 1,1 miliardi di dollari e il secondo esportatore mondiale di caffè torrefatto, con 2,2 miliardi di dollari, dopo la Svizzera, con 3,7 miliardi.

Nei primi cinque mesi del 2025 l’export italiano di prodotti dell’agricoltura, silvicoltura e pesca è stato di 4,4 miliardi di euro (tabella 1), in crescita del 9,4% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, sintesi di un aumento del 10,8% delle esportazioni verso i Paesi UE (nostri principali mercati, con 3,5 miliardi) e di un aumento del 4,3% verso i Paesi extra UE (0,9 miliardi). In forte progresso sono risultate le vendite di prodotti agricoli verso Germania (+12,6%), Francia (+7,5%), Austria (+11,2) e Spagna (+16,6%).

Sempre nel periodo gennaio-maggio 2025, le esportazioni italiane di prodotti alimentari, bevande e tabacco hanno raggiunto i 25,7 miliardi di euro (tabella 2), facendo registrare un progresso del 5% rispetto ai primi cinque mesi del 2024, sintesi di una crescita del 7,1% verso i Paesi UE (con un export pari a 14,2 miliardi) e di un più contenuto sviluppo del +2,4% verso i Paesi extra-UE (che hanno assorbito 11,5 miliardi). I maggiori incrementi di export di prodotti alimentari, bevande e tabacco sono stati registrati verso Spagna (+16,5%), Polonia (+17,1%), Romania (+10,2%) e Paesi Bassi (+9%), mentre fuori dall’UE si distinguono gli aumenti del 6,9% delle vendite verso gli Stati Uniti (dove, peraltro, potrebbero esserci stati fenomeni di accaparramento in vista degli aumenti tariffari) e dell’11,3% delle vendite verso la Turchia.

L’export agro-alimentare e i dazi USA

L’impetuosa dinamica del nostro export agro-alimentare potrebbe però ora scontrarsi contro il muro dei dazi americani del 15% sui prodotti europei, esito delle lunghe e faticose negoziazioni tra Stati Uniti e Unione Europea, culminate con la stretta di mano tra Donald Trump e Ursula von der Leyen nella residenza scozzese del tycoon americano il 27 luglio. Un esito che alcuni Paesi (ad esempio la Germania) e settori produttivi (ad esempio l’auto) hanno accolto con relativa soddisfazione perché ritenuto un ragionevole compromesso e perché mette fine a un lungo periodo di incertezza per gli operatori economici. Altri lo hanno invece giudicato una “doccia scozzese” per l’UE, ritenuta troppo arrendevole di fronte al gigante statunitense ed accusata di essersi piegata ai diktat di Trump senza contrapporre proprie eventuali rappresaglie commerciali (ad esempio nei servizi e nel digitale).

In Italia, alcuni settori, come quelli agricolo e industriale in generale, e comparti, come quello vitivinicolo, hanno espresso forti preoccupazioni circa l’impatto dei dazi del 15% sull’export verso gli Stati Uniti, reso più difficoltoso anche dal contemporaneo indebolimento del dollaro.Ricordiamo che i più importanti prodotti agro-alimentari che gli Stati Uniti importano dall’Italia sono: i vini fermi, i vini spumanti, l’olio d’oliva, la pasta, i formaggi, le acque minerali, le salse e i condimenti.

La premier italiana Giorgia Meloni ha sottolineato che bisognerà valutare l’accordo nei dettagli, considerando eventuali esenzioni possibili per alcuni prodotti, nonché possibili misure di sostegno nazionali ed europee a favore dei settori più colpiti. Bisognerà quindi attendere ancora qualche settimana per avere un quadro completo della situazione.

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