Identità, appartenenza e benessere. La nuova sfida dei brand del lusso
Una volta rappresentavano solo il potenziale d’acquisto dei consumatori. Oggi devono riflettere autenticità e senso di comunità. Senza perdere la capacità di innovare
Articolo di Grace To pubblicato su Sistemi&Impresa
Possedere una casa, godere della sicurezza del posto di lavoro, crescere una famiglia e potersi permettere attività di svago erano un tempo i segni standard della vita della classe media. Oggi, questi aspetti sembrano spesso una fantasia per molti Millennial e membri della Generazione Z. Ciononostante, il desiderio di mobilità sociale e di espressione personale rimane forte: si è semplicemente evoluto. Con l’aumento delle pressioni economiche, sta emergendo una nuova forma di lusso. Non si tratta dell’opulenza associata a marchi come Hermès o a stili di vita pieni di yacht, ma piuttosto di un’esperienza più sottile e curata, che risuona emotivamente con le persone e ridefinisce il consumo. Il lusso della classe media non è una contraddizione: è una risposta socioeconomica, un fenomeno culturale e una rivoluzione nel branding. La definizione di classe media è diventata sempre più ambigua. La stagnazione dei salari, l’inflazione e l’aumento delle disuguaglianze hanno indebolito le basi economiche di molte società occidentali. Negli Stati Uniti, per esempio, la famiglia media dei Millennial possiede un patrimonio abitativo nettamente inferiore a quello delle generazioni precedenti alla stessa età. Ciononostante, i marchi del lusso continuano a prosperare, anche se in un contesto diverso da quello che abbiamo compreso un tempo. La classe media di oggi è meno definita dal reddito e più dal capitale culturale. Molti individui possono non avere una ricchezza tradizionale, ma cercano comunque identità, comunità e riconoscimento. Questo desiderio aspirazionale è diventato un terreno fertile per un nuovo tipo di lusso: emotivamente gratificante, culturalmente rilevante e socialmente visibile.
Il lusso per le masse
I marchi di lusso della classe media si trovano al crocevia tra aspirazione e accessibilità. Questi marchi sono spesso accessibili economicamente, ma altamente desiderabili. Ne sono un esempio Telfar, Glossier, Polène e persino la pasta Rummo. Trasmettono un senso di cura, gusto e rilevanza culturale, senza richiedere una ricchezza estrema. Harvard Business Review ha definito questa tendenza 20 anni fa come “lusso per le masse”, ma negli anni 2020 si è evoluta ulteriormente, influenzata dai social media, dalla nostalgia e dall’iper individualismo delle abitudini di consumo. Questi marchi non vendono solo prodotti, ma offrono un senso di appartenenza, di stile di vita e di autostima. Ciò che distingue questi marchi non è la loro qualità o esclusività, ma la loro risonanza emotiva. I consumatori non acquistano più semplicemente degli oggetti, ma una narrazione. Oggi i marchi attuano strategie che trasformano il consumo in un mezzo di autodefinizione. Uno degli approcci più comuni è quello dei prodotti a marchio privato (private labeling), ovvero quelli di proprietà del negozio o a marchio bianco, che sono riproposti con un’estetica da boutique per creare l’illusione di scarsità o esclusività. Segue quello della nostalgia e del design regressivo, che utilizza immagini retrò, confezioni minimaliste e collaborazioni con i cartoni animati per evocare familiarità e comfort, facendo leva su un consumo emotivo. Un altro approccio prevede collaborazioni culturali, come quelle tra direttori creativi e personaggi di nicchia di internet, che aiutano i marchi a rimanere rilevanti e a costruire capitale simbolico e peso sociale. L’approccio alle microtendenze e al lusso silenzioso è caratterizzato da un’estetica minimalista e senza marchio che segnala raffinatezza e moderazione, componenti chiave del codice visivo della ‘ricchezza furtiva’. Il commercio social-first su piattaforme come TikTok e Instagram, infine, insieme a contenuti guidati da influencer, trasforma i prodotti in performance, rendendo aspirazionale anche un detergente da 30 dollari o un latte d’avena da sette dollari.
Il lusso nell’industria alimentare
Questa logica di branding non si limita solo alla moda e alla bellezza, ma ha permeato anche settori che prima erano resistenti al lifestyle branding. Un esempio lampante è l’industria alimentare.
I valori della classe media stanno ridisegnando il modo in cui il cibo è confezionato, prezzato e commercializzato. Gli articoli che un tempo erano considerati pratici, convenienti e ordinari sono stati trasformati in prodotti estetici, emozionali e culturali. Per esempio, marchi di pasta come Barilla, che erano un prodotto di base in molte famiglie, sono ora superati da concorrenti come Rummo. Rummo enfatizza i metodi di essiccazione artigianali, l’orgoglio regionale e il fascino visivo. I consumatori scelgono questi marchi non solo per la loro qualità, ma perché rappresentano gusto, raffinatezza e stile di vita. Altri marchi seguono una tendenza simile. Magic Spoon vende cereali con un’attenzione particolare alla nostalgia e al benessere. Oatly ha ridefinito il latte d’avena come oggetto di design. Anche marchi come Sanzo, che offre acqua frizzante, o Ghia, che offre cocktail in lattina, promettono più di un semplice rinfresco: offrono un’identità curata. Gli scaffali dei negozi di alimentari assomigliano sempre più a cataloghi di lifestyle, poiché i consumatori della classe media applicano i princìpi del branding di lusso alle loro scelte quotidiane. Ciò che si mangia, il modo in cui è confezionato e la provenienza sono diventati uno status symbol: il cibo è diventato una forma di moda.
Riallineare il branding aziendale
Questo cambiamento è guidato da un significativo riallineamento nel branding aziendale. Conglomerati come LVMH, L’Oréal e Unilever stanno acquisendo o sviluppando marchi di ‘fascia media’ che combinano significato culturale e appeal di massa. Utilizzando strategie di house-of-brand, queste aziende possono mantenere il prestigio del lusso, raggiungendo al contempo consumatori più giovani e aspirazionali. Per esempio, i recenti investimenti di Louis Vuitton in Birkenstock e Polène illustrano questa tendenza. Il portafoglio di L’Oréal comprende ora marchi come Aesop, CeraVe e Galderma. Queste acquisizioni riflettono una strategia che va oltre la semplice diversificazione dei prodotti; si concentrano sul controllo della rilevanza culturale in vari segmenti di mercato. Le aziende storiche puntano sempre di più sulle mutevoli preferenze delle diverse generazioni, riconoscendo che il consumatore della classe media rappresenta il futuro del lusso. Questa trasformazione è influenzata anche da differenze geografiche e culturali. In Cina, i chiari segnali di status, come i loghi, il patrimonio e l’esclusività, giocano un ruolo importante nel marketing del lusso. Tuttavia, nei mercati occidentali, soprattutto in seguito alla pandemia, si è verificato uno spostamento verso la cura di sé, la discrezione e l’intimità emotiva. Il lusso è ora percepito come tranquillo, introspettivo e più accessibile. Man mano che i mercati del lusso in Cina maturano e i consumatori occidentali affrontano una maggiore incertezza economica, i marchi stanno adattando la loro messaggistica. La sfida consiste nell’essere sufficientemente inclusivi per gli acquirenti della classe media senza compromettere il loro prestigio. Con il branding al centro della scena, emerge una tensione più profonda. Quando ogni prodotto è curato, progettato esteticamente e caricato emotivamente, la linea tra sostanza e spettacolo inizia a sfumare. Alcuni consumatori iniziano a mettere in dubbio l’autenticità di tutto questo. La Dupe economy è esplosa non solo perché le persone vogliono alternative più economiche, ma perché gli originali spesso mancano di vera innovazione. Il branding è ovunque, ma trovare un significato autentico diventa sempre più difficile.
Il consumo come identità
Sotto questo cambiamento si nasconde una tranquilla crisi di identità. Con i tradizionali indicatori di realizzazione personale che sfuggono di mano, le persone si rivolgono ai marchi per ottenere rassicurazione, riconoscimento e un senso di controllo. Il consumo diventa un indicatore di identità. I marchi, a loro volta, soddisfano questa esigenza creando storie accuratamente progettate e immagini emotivamente risonanti. Il messaggio di fondo è chiaro: “Compra questo e diventa qualcuno”. Questo fenomeno non è necessariamente sinistro: riflette una più ampia evoluzione culturale nel modo in cui l’identità viene plasmata ed espressa. Tuttavia, rivela anche la misura in cui il mercato è passato dal servire i bisogni al plasmare i desideri. Il lusso della classe media non è solo una tendenza di consumo passeggera, ma illustra come il capitalismo si adatti ai cambiamenti strutturali ed emotivi. Non solo mercifica ciò che le persone desiderano, ma anche ciò che desiderano ardentemente: sentirsi visti, appartenere e vivere bene. Poiché i marchi sfumano sempre più il confine tra accessibilità e aspirazione, i consumatori si trovano a navigare in un paradosso. Non acquistano il lusso per sentirsi ricchi, ma per sentirsi normali. E forse questa è la forma di lusso più eloquente di tutte.
